Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza di Roy Andersson

piccione1Ne “La camera chiara”, Roland Barthes definisce la fotografia “contingenza pura”: immagine viva di una cosa morta. I fotografi, dunque, non sono che “Agenti della Morte”. Ho pensato a questi concetti mentre guardavo Un piccione seduto su un ramo: una sequenza di immagini ferme, al cui interno si muovono personaggi “già morti”: cadaverici, sfatti, ombre in un contesto completamente ricostruito. Andersson rifiuta l’idea di cinema come movimento, perchè l’umanità è già prigioniera della sua morte. L’amore, il potere, il male, la sopraffazione, perdono qualunque pathos mentre la morte è al lavoro. Tutto è ripetizione: geometrica, stilizzata, asciutta. L’esistenza è un’illusione misera: costellata di baci senza amore – che pure emozionano – e bicchieri d’alcol in cui sprofondare la memoria. Non c’è il tempo nel film di Andersson: presente e passato coesistono, senza dramma o trasformazione: solo poche domande ossessive, l’automatismo del vivere, e la piccola ribellione di chi vuole sfuggire alla gabbia del quotidiano: “’E’ mercoledì? Eppure lo sentivo come un giovedì”.

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50 SFUMATURE DI GRIGIO di Sam Taylor-Johnson

christian_grey_19t36mg-19t36mlNon un film, ma un trattato sul cinema punitivo (per lo spettatore). Del resto, anche nel protagonista vige solo il senso di espiazione. Gusti singolari? Sono dovuti ad un’infanzia infelice, e pervasi di colpa. L’immagine metafora è quella di Mr. Grey seduto al pianoforte, del tutto immerso nel clichè dell’ Uomo Tormentato. La sua vita cambia quando incontra Ragazza Goffa, di nome Anastasia: subito lo pervade un romanticismo imbevuto di melassa. I due si guardano come in un feuilleton dell’800, e la commozione riempie gli occhi di Grey quando scopre che la fanciulla non solo è una gatta (s)morta, ma è persino vergine. Oh sublime! Oh epifania!
Mr. Grey decide che è lei la designata: le invia un contratto di sottomissione, e per almeno un’ora seguono discettazioni varie sulle clausole: Ana riflette come una ragioniera, togli il punto due, cambia il tre, Grey abbozza, insomma un divertimento che non vi sognereste nemmeno dal vostro notaio. E il sesso estremo? Le frustate? Non ci si arriva mai. Mai. La regista dilata la storia in tempi biblici. Primi piani, labbra tremule, occhi liquidi, e poi la grande scena romantica (il ballo, il volo in aereo). Quando, finalmente, Grey osa un paio di delicatissime frustate (cronomentrandola, la scena durerà 50 secondi), Ana si rivolta indignata, ritenendolo uno screanzato. Grey è mortificato. Oh, sono un mostro. Ana se ne va. E l’aria elettrica, da addio al nubilato, della sala cinematografica gremita al femminile si smoscia come l’erotismo in bustine sottovuoto di Mr. Grey.

BIRDMAN di Alejandro González Iñárritu

birdman-trailer-2Guardando Birdman ho pensato come spesso ci voglia un autore non americano per comprendere fino in fondo la natura di Hollywood e dell’America – dal suo spirito alla sua psicologia. Se Billy Wilder scarnificava la nascita e la morte del divismo, ed il mutamento crudele e funebre della macchina-cinema hollywoodiana, servendosi dei suoi stessi codici (osservati con malinconia non solo in Viale del Tramonto, ma soprattutto in Fedora), adesso Iñárritu si insinua negli stretti spazi del teatro, con una Handycam invasiva, alla ricerca del corpo e della mente dell’attore. Micheal Keaton, consumato tra ambizione e umanità, risponde al suo super-io Birdman esattamente come Willem Dafoe, in Spiderman di Sam Raimi, rispondeva alla presenza allucinata del suo Green Goblin. Una voce nel cervello, che elide la linea tra realtà e immaginazione. Ed è significativo che un film contro i supereroi adotti un procedimento che viene proprio da un esponente del genere – ma in fondo Iñárritu subisce il fascino del fantastico, dell’evasione che fa sognare le folle. Il suo virtuosismo cinematografico – questi piani sequenza fluidi, senza limiti di spazio, capaci di attraversare gli ostacoli – non sono che la manifestazione di un superpotere: desiderio, forse, di volare.

STILL ALICE di Richard Glatzer e Wash Westmoreland

stillaliceStill Alice può avere una doppia lettura: quella di onesta, convenzionale biografia, priva di ambizioni artistiche e volta a produrre un messaggio sociale ed umano.
Ma Still Alice è anche un film pericoloso, che struttura un mondo in cui la malattia diventa il solo rifugio per la protagonista (del resto la Moore è talmente brava da riuscire a stratificare un personaggio cognitivamente alla deriva.). Una lettura, questa, che non credo fosse nell’intenzione degli autori; semplicemente uno “scarto” filmico, un effetto collaterale che mi è balzato agli occhi.
“Hai avuto una vita rimarchevole” – dice Alice a se stessa; “Una carriera eccezionale, un bel matrimonio, tre figli”. Alice, insegnante accademica, moglie, madre comprensiva, ottima cuoca; capace di scrivere un testo di linguistica tradotto in tutto il mondo ed al contempo cullare tre bambini. Obblighi sociali assolti con ferrea dedizione, dimenticando se stessa in un’illusione di vita. E forse ora, in quei vuoti di memoria, in quel ritorno all’infanzia (la spiaggia, il padre, i giochi) Alice sta recuperando il senso dell’essere. Ed il sorriso finale sembra il dolce smarrimento in una pace ritrovata: “love”.

GEMMA BOVERY DI ANNE FONTAINE

Gemma-BoveryGemma Bovery è il classico esempio di film che compiace il pubblico in cerca di un sottile piacere intellettuale; sottile quanto sterile e vacuo. Questa vicenda narrata con un doppio registro – quello dell’io narrante di Fabrice Luchini, e quello dell’io onnisciente della regista, entrambi invadenti – resta un divertissement con le leziosità tipiche del cinema francese contemporaneo. I due registri si sovrappongono senza mai armonizzarsi, ed il gioco letterario è talmente scoperto e dichiarato ad ogni inquadratura da non lasciare alcuno spazio allo spettatore pensante. Ci si ritrova con una struttura ingombrante che preordina materiale modesto. La Fontaine cerca di vivacizzare schemi già visti con una regia nervosa e moderna, ma il risultato è meramente illustrativo: un colorato bozzettismo. Luchini è imbarazzante nella sua fissità senile; la Arterton resta un soffio primaverile che non diventa mai vero personaggio.