GEMMA BOVERY DI ANNE FONTAINE

Gemma-BoveryGemma Bovery è il classico esempio di film che compiace il pubblico in cerca di un sottile piacere intellettuale; sottile quanto sterile e vacuo. Questa vicenda narrata con un doppio registro – quello dell’io narrante di Fabrice Luchini, e quello dell’io onnisciente della regista, entrambi invadenti – resta un divertissement con le leziosità tipiche del cinema francese contemporaneo. I due registri si sovrappongono senza mai armonizzarsi, ed il gioco letterario è talmente scoperto e dichiarato ad ogni inquadratura da non lasciare alcuno spazio allo spettatore pensante. Ci si ritrova con una struttura ingombrante che preordina materiale modesto. La Fontaine cerca di vivacizzare schemi già visti con una regia nervosa e moderna, ma il risultato è meramente illustrativo: un colorato bozzettismo. Luchini è imbarazzante nella sua fissità senile; la Arterton resta un soffio primaverile che non diventa mai vero personaggio.

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