STILL ALICE di Richard Glatzer e Wash Westmoreland

stillaliceStill Alice può avere una doppia lettura: quella di onesta, convenzionale biografia, priva di ambizioni artistiche e volta a produrre un messaggio sociale ed umano.
Ma Still Alice è anche un film pericoloso, che struttura un mondo in cui la malattia diventa il solo rifugio per la protagonista (del resto la Moore è talmente brava da riuscire a stratificare un personaggio cognitivamente alla deriva.). Una lettura, questa, che non credo fosse nell’intenzione degli autori; semplicemente uno “scarto” filmico, un effetto collaterale che mi è balzato agli occhi.
“Hai avuto una vita rimarchevole” – dice Alice a se stessa; “Una carriera eccezionale, un bel matrimonio, tre figli”. Alice, insegnante accademica, moglie, madre comprensiva, ottima cuoca; capace di scrivere un testo di linguistica tradotto in tutto il mondo ed al contempo cullare tre bambini. Obblighi sociali assolti con ferrea dedizione, dimenticando se stessa in un’illusione di vita. E forse ora, in quei vuoti di memoria, in quel ritorno all’infanzia (la spiaggia, il padre, i giochi) Alice sta recuperando il senso dell’essere. Ed il sorriso finale sembra il dolce smarrimento in una pace ritrovata: “love”.

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