WILD di Jean-Marc Vallée

wildJean-Marc Vallée è un bravo regista, ma qui deve fare i conti con un veicolo promozionale per Reese Witherspoon e non bastano la sua sensibilità, la sua ricerca, l’attenzione profonda per il corpo a salvare un film dalle intenzioni così manifeste. Ho trovato Wild tra i prodotti più sgradevoli della stagione proprio per questa dichiarazione d’intenti: Reese, anche produttrice, deborda narcisisticamente in ogni scena, col suo viso corrucciato, tormentato, concentrato in un tentativo di intensità. Chiamerei la sua performance “interpretazione di una interpretazione da Oscar”. L’attrice è irrigidita nel suo ruolo e non possiede quel coraggio attoriale capace di spingerla oltre i clichè del drammatico al femminile. Impossibile aderire alla decantata “riscoperta del sè”; la lamentosa Cheryl con le sue scarpe troppo tecniche, il suo bagaglio studiatissimo, il libretto d’istruzioni, è un corpo estraneo alla natura. Se Mia Wasikowska in Tracks attraversava la terra con anima libera e leggera, Cheryl la invade con sguardo turistico. Mai titolo fu più fuorviante: Wild non ha nulla di selvaggio, la natura non conturba, non strapazza, non possiede, non regna; è solo un panorama salvifico per civilizzati. Si salvano lo sguardo di Vallée, che rompe la monotonia spezzando il racconto con illuminazioni di corpi e ricordi; e la bellezza bizzarra di Laura Dern, lei sì capace di parlare il linguaggio autentico delle cose mute.

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