RITORNO ALLA VITA di Wim Wenders

ritornovitaRitorno alla vita è un manifesto di cinema formale, proteso pericolosamente verso un compiacimento borghese ed educato. Nonostante il tragico della materia affrontata, il film esprime uno strazio contenuto: una scelta che nasce dall’esigenza di non sciupare l’estetica della porzione di reale inquadrata, più che da una cifra emotiva. Un cinema già antico e già morto perchè inerte, fermo. Wenders pare più interessanto alla propria maniera che non all’umanità del personaggi; impressione confermata dalla reificazione che i personaggi stessi subiscono nel film: cose tra le cose, oggetti del paesaggio, figure che si staccano dallo sfondo o si mescolano anonimamente alle varie parti del quadro. Un approdo, questo, che fa di Wenders un fotografo di istanti raggelati, un collezionista di inquadrature morte, ottenute da uno studio estetico rigoroso ma al cui interno è del tutto assente il movimento. E non si può fare a meno di notare il contrasto con la musica densa e audace di Alexandre Desplat, che ansima per cercare un respiro emozionale, un’angoscia, là dove la regia di Wenders cristallizza ogni affanno.

E’ un film che formalizza appieno il concetto barthesiano di fotografia come immagine del “già morto”: un’opera di celebrazione funebre, di pianto per il tempo che trascorre. Forse, un’alta forma di cinema “religioso” che nell’intento del regista contiene una spiritualità che va ben oltre il particolarismo della vicenda narrata; ma è indubbio che questo sguardo trascendente devitalizzi del tutto la dimensione drammatica. E’ come se Wenders non volesse aver nulla a che fare con il dolore dei personaggi: se ne distacca, li confonde con gli elementi dell’ambiente, li separa attraverso lo schermo di una finestra, li inghiotte nel tempo. Cinema-nostalgia che contiene il passato nell’istante della sua realizzazione, e che si serve del 3D esclusivamente come mezzo raffinato di disposizione spaziale, per creare gerarchie all’interno dell’immagine e mai come vertigine.
In definitiva, il film palesa quella mania estetizzante che accomuna il regista a Salgado – il celebre fotografo oggetto del suo precendete documentario – anche se i due “scrittori di luce” si servono di differenti chiavi stilistiche.
Wenders anela a proiettare ciò che è terreno in una sfera immateriale, invisibile. Ma è come vedere una tragedia in una palla di vetro, con la neve al suo interno.

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