LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT (2) – Ulteriori riflessioni

jeegagainIl cinema non è mai la somma delle sue parti. Possiede un dono ulteriore che si libera dallo schermo, e che spesso nemmeno lo stesso regista può prevedere. Billy Wilder si stupiva del girato che realizzava con Marilyn Monroe: sulla pellicola si imprimeva un magico indefinibile. La macchina da presa coglie una bellezza, uno spirito delle cose che il semplice sguardo non riesce ad afferrare: può essere un volto, un paesaggio, un banale oggetto ripreso nello spazio, o anche solo una luce; ma improvvisamente la realtà diventa nuova e diversa davanti ai nostri occhi.

Lo chiamavano Jeeg Robot ha esattamente questo dono: sembra trasformare in atto tutto ciò che è solo in potenza. Rivedendolo ho compreso come in ogni inquadratura ci fosse la capacità di mutare un reale (quotidiano, anonimo) in immagini potentissime, che contengono al tempo stesso passato e immaginazione: il ponte di Castel Sant’Angelo, immoto eppure trasformato dalla dinamica dell’inseguimento; l’autobus che conduce ai margini della città, in un viaggio al crepuscolo; Tor Bella Monaca immersa nella sera, con i palazzi dalle luci accese, quasi centinaia di voci che sussurrano nel silenzio; il canile nell’ombra, in una prospettiva che pone anche noi dentro le gabbie; e si potrebbe andare avanti, scoprendo via via un’operazione di trasfigurazione della realtà, che non ha lo scopo di fuggirla ma, al contrario, di rivelarla.

Il film di Mainetti guarda alle cose con occhi innocenti – gli occhi del cinema – e parallelamente alla trasformazione del suo eroe ci mette davanti ad un mondo possibile. Lo chiamavano Jeeg Robot ha creato cinema da un “nulla” presente, presentandosi come un oggetto nuovo e indecifrabile che ha una forza incendiaria. E’ un film che sorge dal niente, proprio come l’amore. E non è poco, in un’Italia ripiegata su se stessa non solo cinematograficamente, mostrare quanta energia e rivoluzione possano nascere dall’amore. Mainetti, insieme agli sceneggiatori Guaglianone e Menotti, ha stravolto le regole (piatte, esauste) del cinema contemporaneo italiano; e, di più, ha mostrato cosa accade quando ci si innamora dei propri personaggi e dei propri attori.

Lo chiamavano Jeeg Robot ha primi piani che straziano il cuore (il sorriso puro di Alessia, gli occhi eternamente malinconici di Enzo), o che lacerano lo schermo con il sorriso sghembo, folle dello Zingaro che del film è l’anima delirante e incontrollabile. Ma, come detto all’inizio, Lo chiamavano Jeeg Robot è molto di più della somma delle sue parti: gli spazi, i personaggi, la luce e il movimento, persino i suoi limiti diventano emozioni nuove, e ricevere un simile dono dovrebbe rendere tutti gli spettatori eternamente grati. Un film del genere può far nascere nuove speranze, risollevare chiunque non veda un futuro. Perchè questo futuro Lo chiamavano Jeeg Robot lo ha creato dal nulla.

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