AVE, CESARE! di Joel e Ethan Coen

avecesre.jpgSono ormai davvero pochi i registi americani che conservano una “memoria storica” della golden era hollywoodiana: tra i più celebri, penso a Martin Scorsese, Woody Allen, Steven Spielberg, Robert Zemeckis e naturalmente Joel e Ethan Coen. La sfaccettata filmografia dei Coen è perfettamente coerente in quanto la sua essenza rimanda ad un unico argomento: l’era classica, interpretata in infinite variazioni, modulando noir, slapstick e sophisticated comedy, Busby Berkley e Hawks, Frank Capra e Robert Aldrich; attigendo, soprattutto, allo spirito irriverente e alla battuta screwball di Preston Sturges, sicuramente il loro autore più amato. Come Sturges, i Coen sono colti e raffinati, alla ricerca di un’opera che celi, tra dialoghi infallibili e acuminati, ed una commedia al contempo “fisica” quanto sottilmente intellettuale, un discorso sul cinema stesso. Realizzando film che sono dichiarazioni d’amore agli anni d’oro di Hollywood, confezionati con un altissimo rigore filologico e improntati ad una sincera riproduzione dello spirito del tempo, i Coen hanno inseguito un loro personale discorso su “che cosa sia il cinema”, talvolta con esiti straordinari (Mister Hula Hoop, Crocevia della morte), e talora fallendo (Ladykillers, Prima ti sposo, poi ti rovino)

Ave, Cesare! si inserisce in questa ricerca e conferma una tendenza del cinema coeniano: la radicalizzazione in senso autoriale delle proprie opere. Ave, Cesare! è un’opera “aperta e incompleta” ma allo stesso tempo inaccessibile ad un pubblico impreparato. I trailer fuorvianti presentano Ave, Cesare! come una commedia nonsense, un divertimento in stile Zucker-Abrahams-Zucker, per cui è facile immaginare lo sconcerto dello spettatore contemporaneo una volta di fronte al film: un’opera cubista che non è un omaggio affettuoso, ma un trattato severissimo e intransigente sul passato di Hollywood. Gli episodi che lo compongono tratteggiano tanto la bellezza, quanto il fallimento prossimo di un’epoca; nell’amore evidente dei Coen per i film, lo stile, la magia del periodo, si insinua lo sguardo cinico e disilluso di chi ha compreso profondamente i meccanismi, le contraddizioni, l’isteria dello studio system, un sistema produttivo che ha creato capolavori malgrado contenesse al suo interno il germe della fine.

Difficile purtroppo, per il pubblico superficiale di oggi, non soltanto accedere al film, ma semplicemente provare interesse. I Coen costruiscono Ave, Cesare! come si costruisce un messaggio cifrato: non solo disseminano la trama di indizi, riferimenti sconosciuti ai più (ad esempio, mi sono chiesta in quanti avessero colto la citazione di Carlotta Valdez, o chi si ricordasse di Bob Stack o Norman Taurog, citati nei dialoghi), ma innestano le citazioni direttamente nell’immagine; e se è facile riconoscere lo spirito di Marlowe o Spillane in Josh Brolin, Esther Williams nel personaggio di Scarlett Johansson, George Cukor (e già questa era più difficile) in Ralph Fiennes, ci si domanda in quanti abbiano rintracciato le svariate sequenze lubitschiane (a partire dall’uso delle “porte” o dai dialoghi), gli omaggi a Sturges (nelle peripezie produttive che rimandano a I Dimenticati , film citato anche nella scena in sala di proiezione) per non parlare del gruppo di comunisti: la stanza piena di intellettuali scollati dal mondo reale ricorda i professori un po’ ottusi di Ball of Fire (1941) di Howard Hawks.

I Coen ricostruiscono ambienti, situazioni, scene con una precisione che fa impallidire: solo chi ha amato fino alle lacrime quell’era può riprodurla con tanta accuratezza. Rispetto ad altri film su Hollywood, la differenza sta nel fatto che i Coen vi si immergono fino al collo: i due fratelli non imitano, ma diventano Hollywood. Ma dalla propria, ineluttabile prospettiva di contemporanei, non possono sfuggire al pessimismo di ciò che Hollywood sarebbe diventata. Ave, Cesare! diventa quindi un quadro incompleto, non “perfetto”, che mostra su di sé, aperte, le corruzioni, la decadenza, la rovina in atto. E’ un film che non ha né vera trama, né sviluppo. E’ fatto di visioni e strappi, è uno sguardo cosciente e lucido, in cui si ride amaramente.
E gli spettatori? Ave, Cesare! ci mostra un pubblico ineducato, fintamente elegante, ridere sguaiatamente di fronte ai film mediocri di Hobie Doyle (Roy Rogers). Non ci stupisce quindi la noncuranza dei Coen per il pubblico contemporaneo, figlio di quello sguardo già pigro e volgare.

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