GRIMSBY di Louis Leterrier

grimsby1Grimsby è stato trattato malissimo dalla critica americana e probabilmente lo stesso accadrà da noi, in quanto è il classico oggetto ripugnante ad uno sguardo critico. A differenza dell’acclamato Borat o di Ali G (nella sua versione seriale e filmica), il quinto film di Sacha Baron Cohen infatti manca – ma solo apparentemente – di un sottotesto politico e di un commentario sociale. Grimsby si presenta come puro intrattenimento, ma ovviamente secondo la visione coheniana: oltraggiosa e scorretta oltre ogni immaginazione, e particolarmente spietata nei confronti del pubblico, con cui non cerca alcuna complicità. Ciò che Cohen rifiuta, coraggiosamente, è l’uso dell’allusione, figura retorica ruffiana e di compromesso, con cui celare un “messaggio” intelligente tra le pieghe dell’umorismo slapstick. Piuttosto, Cohen precipita il pubblico in un maelstrom scatologico, corporale, fatto di sesso, corpi disfatti, deiezioni, sperma, primi piani anali, dettagli pornografici, in un trionfo di ottusità umana e degenerazione comportamentale.

Nobby, interpretato dallo stesso Cohen, è l’incarnazione della “feccia” (scum): in una città inglese immersa nello squallore – la Grimsby del titolo, dai paesaggi ed interni che sembrano fuoriusciti dai primi film di Mike Leigh o Stephen Frears – Nobby vive con i suoi 11 figli ed una moglie obesa, trascorrendo le giornate al pub insieme ad un’umanità degradata, catatonica e triviale. Inutile dire che Cohen sa infondere, in questo paesaggio umano “osceno”, una vitalità, un colore e un’allegria che sintetizzano il senso di attrazione-repulsione con cui egli guarda alla barbarie dei propri personaggi, direttamente mutuati dall’indicibile volgarità della società che lo circonda.

Per chi è disposto a farsi violentare (non solo da scene sessualmente esplicite, ma da uno humour che tritura pedofilia, AIDS, omosessualità, violenza), Grimsby è divertentissimo: la bassezza delle sue trovate, messe in scena con un ritmo implacabile, ha un effetto shock capace di far tremare il nostro senso comune. La ferocia comica di Cohen è paragonabile alla Fontana di Duchamp (il celebre orinatoio del 1917) che uccideva letteralmente l’arte ingessata del tempo. Cohen, che è in realtà è un artista di profonda cultura e sensibilità, convoglia nell’indicibile del suo cinema la caduta delle arti e del sociale; egli è consapevole di trovarsi di fronte ad un pubblico assetato di velocità e scosse volgari, e Grimsby porta questi parametri al parossismo, rivelando allo spettatore la povertà orribile del proprio gusto. Non c’è da stupirsi che il film sia stato un flop; è uno specchio in cui nessuno osa guardarsi.

Grimsby si avvale di un co-protagonista eccezionale: un Mark Strong perfettamente in sintonia con il pensiero coheniano, e capace di contenere all’interno del proprio personaggio sia l'”eroe” ormai banalizzato in centinaia di action movies, che il sentimento del ridicolo suscitato dal proprio superomismo. Dirige Leterrier, perfetto per l’operazione; il suo stile metacinematografico è la miglior critica alle esasperazioni del cinema americano, che egli fa proprie esplicitandole in una sequenza strabiliante per velocità ed estremismi drogati. Meglio di Hardcore, meglio di Deadpool, le sequenze action di Leterrier, fatte di soggettive, deliri prospettici e montaggio futurista, sono al contempo acme e decadenza del linguaggio cinematografico contemporaneo.
Grimsby potrà anche essere un flop, un capitolo finale per Cohen, ma come dice Nobby mentre si fa penetrare analmente da un razzo esplosivo: “dite ai miei figli che sono morto con dignità.”

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