SOLE ALTO di Dalibor Matanic

solealtoSole Alto di Dalibor Matanic è stato giustamente premiato al Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard: perchè è davvero, letteralmente, un’opera che incarna “un certo sguardo”; un modo differente di fare cinema, e questa è la sua piccola rivoluzione. Matanic, regista croato, sceglie la via impervia del film con un disegno strutturale a tesi; dal quale, però, egli sviluppa un discorso poetico più che didascalico, e lirico piuttosto che moralistico. E’ una linea di confine complessa, quella su cui si muove Matanic: l’intenzionalità è scoperta, e la riflessione sull’odio interetnico, che va oltre la guerra dei Balcani, scorre in ogni inquadratura con la violenza della memoria rinnovata dal presente. Ma Matanic lascia grande libertà e respiro alle proprie immagini, e al contempo allo spettatore.

L’odio, in Sole Alto, è un corpo estraneo in seno alla dolcezza del paesaggio; è un segno violento (un uomo armato, una casa vuota, un pascolo abbandonato), che distrugge l’amore innocente della giovinezza.
Le tre storie che offre – con il suo certain regard – sono parte di un’architettura dagli elementi interdipendenti: gli attori, la natura, gli animali. Il film esprime una concezione naturalistica e ciclica della storia, in cui prevale un sentimento primordiale ed immutabile delle cose. Ma le dipendenze tra un episodio e l’altro si realizzano quasi con un procedimento inconscio: Matanic procede per indizi visivi e suggestioni; il comportamento umano è segnato da un’istintività arcaica che Matanic riesce ad evidenziare attraverso lo scorrere del tempo. Ogni decennio colora questo indistinto pulsionale di una differente luce e lo nutre all’interno di un diverso spazio, nuovo eppure antico.

La grande dote di Matanic è quella di riuscire a rendere infinito ciascun episodio: pur collocandolo all’interno di un sistema, ognuno di essi sembra vivere oltre il suo inizio e la sua fine. Le tre coppie hanno una vita che esiste, in una dimensione parallela, oltre il nostro sguardo. Non sempre è facile trovare una simile capacità narrativa, in grado di dar vita ad una storia al di là della propria segmentazione temporale.
Certo, Sole Alto non è esente da difetti: non mancano squilibri nella gestione dei tempi (l’episodio migliore, perfetto nella sua elaborazione linguistica di storia e racconto, è il primo), o qualche passaggio in cui prevale la progettualità sull’afflato poetico; ma sono problematiche trascurabili di un regista giovane che sa pensare il cinema con gli occhi.

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