LO AND BEHOLD di Werner Herzog

loandbeholdDi cosa parla Herzog quando parla di internet? Si esce da Lo and Behold con la sensazione che il regista tedesco abbia intenzionalmente eluso l’argomento muovendosi ai margini. Il film, sebbene radicato nella contemporaneità, sembra un prodotto degli anni ’70, tra l’educational, la burla e il mondo movie; un documentario fatto di brevi segmenti isolati, in cui la tecnologia è l’alibi per l’osservazione capillare di un’umanità bizzarra, che sul proprio corpo porta i segni di attitudini tra il geniale e il patologico.
Lo and Behold simula un approccio frontale e distaccato nei confronti della materia affrontata, ma in realtà si pone in una posizione di lieve spostamento rispetto ad essa: ed in quello scarto risiede l’occhio di Herzog, la sua soggettività. Ogni capitolo ha al centro una o più figure umane: Herzog le inquadra da una leggera prospettiva, ottenendo sempre un’inquadratura inusuale – il soggetto parla, spiega, racconta, spesso incalzato dalle domande del regista – ma l’immagine sembra interessata ad una storia differente, è attratta dall’uomo, dalle sue mani, dalle espressioni del volto, dalla postura.

I dieci capitoli, genericamente collegati dalla rivoluzione digitale, si concentrano sulle sue conseguenze antropologiche: il vero protagonista è l’umano, ed i cambiamenti relativi al suo corpo, alle abitudini, all’immaginario e ai suoi sogni. Esseri umani che sono l’antitesi dei protagonisti ferini, istintuali, legati alla natura delle sue opere precedenti. In Lo and Behold ci troviamo davanti a soggetti in cui il corpo è relegato a mere funzioni pratiche: individui inchiodati a sedie e cattedre, con lo sguardo incollato ad un monitor; professori e scienziati dal corpo obeso, o dalle spalle strette; inattivi, perduti nel sogno di un futuro in cui “alle macchine saranno delegate gran parte delle attività”; ricercatori che impiegano tempo, risorse e sudore nell’elaborazione di piccoli robot che giocano a calcio, o che ipotizzano, con sorrisi lievemente ebeti, un mondo in cui il pensiero possa venire “twittato” direttamente all’umanità. Un consorzio sociale privo di un equilibrato rapporto con la propria fisicità – e difatti Herzog dedica uno dei capitoli più interessanti ad un piccolo gruppo di “ribelli”, rifugiati in uno sperduto luogo della terra immune da radiazioni e tecnologia, in una rinnovata comunione con la natura.

Herzog è un neofita telematico e il modo in cui si sofferma ad osservare i comportamenti e la cultura della società digitale non è dissimile dallo stupore con cui avrebbe potuto analizzare i rituali di un gruppo etnico amazzonico: i gadget digitali, i robot, i pannoloni indossati dai giocatori di videogames fanno entrare l’uomo contemporaneo in una nuova accezione di primitività, ed è questo l’aspetto che più affascina il regista. E ogni società primitiva ha le sue superstizioni: non a caso Herzog si sofferma su una famiglia che, in stato di catatonia e inquadrata su un tavolo surrealmente colmo di torte, bignè e pasticcini (secondo il principio di “ospitalità” americana), decreta come internet sia l’anticristo. E da spettatori ci si chiede se per caso non siamo finiti dentro Un piccione seduto su ramo di Roy Andersson.
Herzog mette a nudo impietosamente, con humor nero, il grottesco del contemporaneo e le sue contraddizioni, e la necessità, intrinseca dell’uomo, di rivestire di animismo il mondo naturale quanto quello tecnologico: internet che sogna se stesso, internet come angelo o diavolo.

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