IO, DANIEL BLAKE di Ken Loach

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Povero Loach, ridotto semplicemente a categoria: “il regista del proletariato”, “l’autore-sindacalista”, dai forti schematismi ideologici e intriso di rigore civile e politico. Definizioni di questo genere ci fanno pensare ad un autore stanco e prevedibile e ci allontanano dal cinema, che invece è capace di spalancare un “oltre” imprevisto, catturato dall’occhio innocente della macchina da presa. Loach è un grande regista non solo perché i suoi film sono la proiezione sullo schermo di un ideale e di una visione del mondo: le sue immagini possiedono una forza naturale in cui si agita clandestinamente la vita, oltre ogni sovrastruttura del pensiero.

L’imprevisto è personaggio a pieno titolo di Io, Daniel Blake: da quell’inizio su schermo nero, in cui comprendiamo che per una decisione brusca e contingente di una “professionista della sanità”, del tutto aliena alla realtà di Daniel (quindi inutile mostrarne il viso) la vita prende un corso impensato, irto di sofferenza e umiliazioni.
A sfuggire dalle maglie del semplice “discorso politico” è l’intero essere del protagonista, ripreso da Loach con un amore tale da far emergere altre storie. Loach ci racconta l’odissea di un uomo e la spietata macchina burocratica che lo fagocita, ma allo stesso tempo fa di noi spettatori attivi: ci presenta Daniel, la sua parlata sfrontata, la passione per l’artigianato, l’amicizia col giovane vicino, le foto di casa. Ogni inquadratura di Daniel, ogni silenzio, ogni sguardo oltre la finestra – su cui Loach si sofferma spesso – ci portano a domandarci della sua vita, dell’uomo che fu, dei suoi sogni. Parlare del momento contingente per evocare tutta una vita, in una compresenza di passato e presente: è questa la magia del film di Loach, e si realizza forse anche di più nel caso della giovane madre Katie, con cui Daniel crea un legame familiare del tutto accidentale.

Katie è uno dei personaggi femminili più struggenti che abbiano attraversato lo schermo negli ultimi anni; una figura colma di verità negli occhi docili e addolorati, una giovinezza poetica che il destino pare voler vincere. Katie potrebbe essere una figura letteraria novecentesca, una possibile “vinta” dalla vita, ma dalla forza irriducibile e in cerca di riscatto. A lei Loach affida una scena devastante (al banco del cibo) in cui si condensa una visione universale di disperazione umana e dignità calpestata: e malgrado le accuse spesso fatte a Loach di retorica, questa scena è condotta con un’asciuttezza tale da imprimere i fatti nella luce eterna della Storia.

Guardando Io, Daniel Blake non ho potuto fare a meno di pensare a La vita è meravigliosa (1946) ma senza presenze ultraterrene. La frase pronunciata da Katie, “Daniel ci ha dato cose che che il denaro non può comprare” racchiude il valore dell’individuo esaltato nel classico di Frank Capra. “Strano, vero? La vita di un uomo è legata a tante altre vite” dichiarava l’angelo Clarence; nel film di Loach, l’angelo è proprio Daniel.

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