SING STREET di John Carney

singstreet**
E’ sempre difficile esprimere le proprie riserve di fronte ad un film che ha raccolto ovunque consensi di pubblico e critica. Ma questa è la mia scomoda posizione nei confronti di un fenomeno come Sing Street, 97% di voti positivi su Rotten Tomatoes e 4 stelle su IMDB.
Eppure Sing Street è un film talmente déjà vu da smaterializzarsi nei propri archetipi. E’ la storia raccontata (meglio) da decenni di cinema inglese/irlandese: da The Full Monty, a The Commitments, al recente Pride, con la stessa struttura collaudata che prevede la solidarietà del gruppo, l’entusiastica rivincita, il contesto storico-sociale ammorbidito, una colonna sonora brillante e l’erosione di qualsiasi conflitto.
Quasi uno School of Rock trasportato a Dublino, ma senza l’ironico funambolismo di Jack Black, Sing Street è una fantasia tiepida, timorosa di sognare in grande. I suoi personaggi incerti e troppo corretti non hanno alcuna zona d’ombra; e nella terribile scuola cristiana che fa da sfondo alla vicenda sembra non esistano vero dolore, sofferenza o esclusione.

A Sing Street manca il coraggio di addentrarsi nel dark che fu la vera essenza della musica degli anni ’80, quel nero che grondava persino dal pop più giocoso o dal new romantic; mentre sull’Irlanda di quegli anni – drammatica, lacerata, di una violenza cupa e grigia, industriale – Carney stende un velo opaco di dolcezza e pudore.
Sottraendo l’anima malata e sgradevole del periodo, il regista tramuta il potenziale “kitchen sink drama” del film in un musical d’evasione blando e prevedibile, con protagonisti ordinari e superficialmente tratteggiati, in un crescendo di positività ed ottimismo che smussa i contrasti ed il dolore di cui, nella realtà, si nutre la musica. Non c’è dubbio che Carney abbia un profondo senso dello spettacolo – si vedano i reiterati ingressi a scuola della band, orchestrati come entrate in palcoscenico sempre più sensazionali e dandy – ma la corrosione dolciastra mina ogni credibilità.

Nel mondo descritto da Carney il giovane protagonista non ha soldi per le scarpe, ma a metà film sembra vestito da Vivienne Westwood; le ragazze misteriose sono gentili e disponibili, l’unico ragazzo nero della scuola non viene molestato e il violento skinhead che tutti temono si rivela un fantoccio dal cuore d’oro. Nel frattempo la colonna sonora fa il giro turistico delle sonorità del periodo, incollando brani a effetto.
Forse Sing Street è solo un sogno ( e il finale lo lascia supporre), e qualche critico ha azzardato confronti con i musical di Donen e Minnelli; una vera eresia, dal momento che l’irrealtà Minnelliana sfociava nell’astrazione, sublimando nella musica e in città completamente ricostruite in studio il sentimento struggente del vivere. Carney non stilizza, edulcora; e non porta il suo pubblico alle derive dell’immaginazione, ma si accontenta di un viaggio organizzato negli anni ’80.

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2 thoughts on “SING STREET di John Carney

  1. l’avevo perso, l’ho visto solo adesso riproposto a bologna dal cinema galliera e mi e’ piaciuto molto: un sogno? una favola direi

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