È SOLO LA FINE DEL MONDO di Xavier Dolan

finemondo***
Xavier Dolan è probabilmente tra gli autori più “intellettualizzati” del momento; ed è paradossale, poiché è un regista che si serve del mezzo-cinema nel modo più dichiaratamente anti-intellettuale, seguendo il proprio istinto per l’immagine in un percorso intimo, personale e avventuroso. Dolan non percorre sentieri battuti, non ha numi tutelari, registi guida, ma una curiosità autodidatta ed un gusto nutrito di contemporaneità pop dalla quale ha estratto un originale sentimento del melodramma.
Il melò infatti è la cifra stilistica del giovane regista, che fa del proprio essere-nel-mondo un viaggio sentimentale in cui le emozioni sono vissute con l’enfasi drammatica della giovinezza; la sua principale preoccupazione è quella di ottenere una lettura il più fedele possibile del proprio disordine emozionale. Così come la letteratura romantica incrinava la chiarezza razionalista con uno sturm-und-drang tempestoso, così Dolan ha fatto il suo ingresso nel cinema “degli adulti” portando in dote un carico emotivo irregolare, ed il suo impegno a tramutarlo in immagine.

E’ questo forse il motivo che rende Dolan così caro al suo pubblico: la fedeltà sincera alla propria visione calda e tumultuosa, attraverso un cinema privo di ossequi cinefili al passato, di timori reverenziali e obbedienza alle regole; eppure un cinema totale.
Se è vero che la musica è il suono dei sentimenti, i film di Dolan ne sono la proiezione: è come se Dolan puntasse l’obiettivo sul suo cuore.
Eppure anche Dolan, nella sua irrequietezza, ha seguito un percorso di crescita, e È solo la fine del mondo mostra un disegno strutturale più accurato, un progetto più ambizioso rispetto al flusso incontenibile delle opere passate, più sfuggenti a qualsiasi contenimento in una intelaiatura formale. Già in Mommy questa intenzione era manifesta, con quel formato 1:1 che ingabbiava l’esplosione sentimentale (dell’autore quanto del protagonista); ma È solo la fine del mondo è ancora più severo nella sua volontà di creare un sistema, un corpo filmico.
Non più solo cinema dell’anima, ma una anatomia di cui si intravedono le ossa; si tratta di un film più difficile, meno accessibile di Mommy, la cui struttura aperta era piena di ferite da cui fuoriuscivano i mille colori della sua sensibilità.

È solo la fine del mondo cela le proprie ferite, cerca di disciplinarle, e forse proprio per questo il dolore che trapela dal film è ancora più acuto.
Nel suo dramma familiare, Dolan serra lo spettatore all’interno di un claustrofobico confronto fatto di volti, di primi piani cui non si può sfuggire; occhi negli occhi, visi che si alternano in un continuo rimbalzo di sguardi. Dolan ha un istinto musicale: fa ciò che non si “dovrebbe” convenzionalmente fare, orchestra il montaggio come una partitura, ci rimbalza da un volto all’altro, da un personaggio all’altro; visi parlanti, i cui discorsi – flussi torrenziali, movimenti di ricordi, rabbie, nostalgie, sofferenza – danzano con le espressioni facciali, portatrici di un linguaggio parallelo, una colonna narrativa a sé. Per Dolan è importante ritagliare quasi geometricamente i volti, esaltarne le linee, le forme, architetture di passioni e sensibilità.

In questa gabbia familiare che costringe a guardare l’altro, Dolan inserisce la fuga del ricordo: ecco che l’immagine si apre, respira; finalmente l’inquadratura si libera, osserviamo da prospettive diverse, l’amore si fa obliquo, verticale, e l’oggetto amato non è solo volto ma mani, capelli, corpo. Il ricordo è un letto, o un paesaggio; la sensazione ad essi associata è infinita e contrasta violentemente con la realtà presente di quel tavolo da pranzo, caldo soffocante, e un ribollire di emozioni violente che tutto dicono, fuorché ciò che è davvero importante.
Perché alla fine, nonostante il cortocircuito di discorsi in cui viene travolto il protagonista, e noi con lui, capiamo che l’ “essenza” dell’incontro non troverà le parole giuste: la verità resterà custodita nei volti e nei cuori, e nel silenzio afasico del protagonista che non riesce a “dire”, ma solo a vedere.

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3 thoughts on “È SOLO LA FINE DEL MONDO di Xavier Dolan

  1. Come tutti i fan di Almodovar, amo il mélo. E come molti appassionati di cinema, anch’io sono uno spettatore anti – intellettuale, nel senso che detesto i film “autorali”, smaccatamente fatto per compiacere i critici senza curarsi del pubblico (che invece dovrebbe essere l’unico punto di riferimento per qualsiasi cineasta). Per questi motivi, hai fatto nascere in me grande curiosità nei confronti di questo regista e questo film: se “resisterà” in sala fino al prossimo week – end, è probabile che io vada a vederlo.
    Colgo l’occasione per segnalarti che io e altri bloggers abbiamo sviluppato un’interessante conversazione su Malick nei commenti a questo post: https://wwayne.wordpress.com/2016/12/11/una-ragazza-adorabile/.

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