SULLY di Clint Eastwood

sully****
Amo molto quando i “grandi vecchi” del cinema disattendono le aspettative, realizzando film che eccedono le formule in cui si tende a racchiuderli; lo ha fatto Malick con Knight of Cups, talmente infinito ed irregolare (sul piano tecnico quanto dell’immaginario) da capovolgere la stretta definizione di “regista della natura”; e lo fa Eastwood con Sully, un film che non solo compone in armonia le contraddizioni del suo autore, ma anche le contraddizioni d’America, inserendole in una complessa struttura spazio-temporale e mostrandoci, in un gioco di ipnotiche ripetizioni, le possibilità interpretative della visione. Eastwood, con la sua rigida ideologia di conservatore che spesso ce lo rende difficile da amare, dimostra che il suo pensiero, trasformato in film, è molto più sfumato ed in grado di farsi completamente umanista.
Sully difatti celebra il trionfo della collettività: sebbene l’attenzione sia focalizzata sul singolo, su un’umana fragilità che però non impedisce un’azione straordinaria, tale eroismo può dispiegarsi solo grazie ad una base corale. In America, ci dice Eastwood, la forza individuale nasce dal contributo collettivo, da ogni piccola partecipazione dal basso, scintilla della forza propulsiva; una visione della collettività che fa di Eastwood, paradossalmente, tra i più “progressisti” registi americani. Sully è il ritratto di un Paese in cui ogni individuo – senza distinzione di età, colore, ceto sociale – è la cellula su cui erigere una forza operosa e vincitrice.

E come il comandante Sullenberger rifiuta l’individualismo e celebra il tutto, Sully non è un’opera snobisticamente autoriale in senso personalista, ma un film in cui viene rivendicato il valore della Storia: Sully si colloca nell’arco della grande storia del cinema di Hollywood, e porta su di sé i segni del tempo, dei grandi classici, da Ford a Wellman a Wyler; è un cinema di artigianato, nato dall’esperienza, dal cinema vissuto e amato come un destino; un cinema come patriottismo e quindi strumento ideale per cantare l’amore per l’America.
Sully è strabiliante come oggetto cinematografico, come riflessione sulla visione: Eastwood sovrappone più piani narrativi – il sogno, il ricordo, la ricostruzione tramite il pensiero razionale. L’evento, visto da più sguardi, assume connotati differenti: le componenti d’orrore pulsionale negli incubi di Sully, l’emozione viva del ricordo, la ricostruzione algida e disumana della commissione d’inchiesta.
Quando a Sully vengono mostrate le simulazioni, depurate d’ogni emozione umana, calcolate in base a meri dati numerici, è come se Eastwood combattesse per un cinema meno digitalizzato, meno finto, per riportarlo sulla terra e ricolorarlo di emozione terrena: “adesso facciamo sul serio” reagisce il comandante dopo aver assistito all’umiliazione delle ricostruzioni, in cui gli uomini agiscono come robot.

Eastwood è indubbiamente un grande autore e un film come Sully, che destruttura il tempo e lo spazio inserendoci in una sorta di “coazione a ripetere” cubisticamente differente a seconda della prospettiva, lo conferma come un vero filosofo del cinema. Basterebbe quell’inizio a sorpresa, che crea uno “spostamento” destabilizzante in chi guarda, a dimostrare la complessa profondità del suo pensiero. Ma Eastwood, come Ford, è un uomo di cinema pragmatico e anti intellettualista: a lui interessa raccontare l’uomo e la collettività, rendere eterna la storia, perpetuare la leggenda attraverso il cinema.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...