PATERSON di Jim Jarmusch

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Come il protagonista Paterson torna ad un senso di umanità semplice e umile, che non ha bisogno di telefoni cellulari o computer, così Jarmusch torna ad una regia artigianale e aurorale, a scrivere il suo cinema su un taccuino di immagini in amorosa corrispondenza. Paterson è un film fatto di variazioni sulla quotidianità, in cui ogni giorno è uguale e diverso, ogni strada e ogni volto si colorano di una luce nuova; un film bello e raro innanzitutto perchè indaga il processo poetico nel modo più autentico, cercando di riprodurlo attraverso il cinema. Troppo spesso i film hanno descritto la vocazione poetica come una sorta di furore che si manifesta in un sedersi alla macchina da scrivere colti da improvvisa illuminazione; un esempio su tutti, il recente Giovani Ribelli in cui Daniel Radcliffe, nei panni di Allen Ginsberg, collezionava ogni possibile cliché sulla predestinazione del poeta.
Jarmusch no: mostra la poesia come scelta e attitudine quasi religiosa, come dedizione coltivata giornalmente e che consente, lentamente, alle cose di rivelarsi. Paterson (straordinario Adam Driver, l’attore più sensibile della sua generazione) vive in una sorta di serena medietà emozionale, ed in questo stato di quieta concentrazione lascia che il mondo lo attraversi e si manifesti.

La ripetizione, la vita scandita dalle ore e dalle abitudini, assume il sapore di un rito al contempo terreno e mistico: Paterson non si sottrae snobisticamente all’umiltà di un vissuto anonimo, ma vi si immerge come cosa tra le cose; è solo così, con l’arresa ai gesti, ai doveri e alle responsabilità che il mondo acquisisce ai suoi occhi un valore metafisico. L’ascolto segreto di un colloquio, l’osservazione degli incroci affollati della città, la testimonianza di un’umanità “di passaggio” all’interno dell’autobus fanno della vita di Paterson una continua, rinnovata esperienza poetica; ed è nella solitudine, seduto nei rifugi a lui familiari, che il protagonista lascia emergere le voci stratificate nel corso della giornata. Ecco allora che Jarmusch usa immagini sovraimpresse in trasparenza, per mostrarci visivamente la “spaccatura” nel reale da cui scorre la poesia. Poesia liquida, poesia come acqua: un’immagine che torna più volte, e che fa del poeta una creatura “naturale” (al punto che l’unico personaggio altrettanto “naturale” è il cane Marvin, con cui Paterson ha un rapporto di parità).

Jarmusch compone il suo poema filmico organizzandone le interne corrispondenze, individuando figure retoriche e variazioni, accostando assonanze e armonie. Paterson emerge, a sua volta, come un personaggio su cui è possibile sovraimprimerne un altro: l’autista e il poeta, il marito quieto e l’uomo che “brucia” per la sua donna (come un fiammifero); un matrimonio fondato sulla mutua comprensione, ma anche su segrete paure (“se mi lasciassi, mi toglierei il cuore per non rimetterlo mai più al suo posto”). La poesia è, per Paterson, la composizione armonica delle sue scomposte passioni, l’unico modo per rivelarle a se stesso; e Jarmusch, nell’apparente semplicità del suo poema, crea un universo di segrete simmetrie, di inconsci dejavù, di equilibri visivi: i colori, le forme, gli spazi. E’ un universo simile alla pittura di Hopper, che isolava istanti sottraendoli al tempo (la quarta dimensione) per offrire l’umanità nuda e fragile all’occhio di chi osservava.
“Una pagina bianca a volte presenta molte possibilità”: il film di Jarmusch, come raramente il cinema riesce a fare, è un invito a coltivare il giardino segreto all’interno della nostra anima. E risuonano le parole di Williams Carlos Williams, il poeta di Paterson: “Nessuna idea, se non nelle cose”.

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