IL GGG – IL GRANDE GIGANTE GENTILE di Steven Spielberg

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Il cinema di Spielberg si è sempre sviluppato lungo una doppia direttrice: da un lato l’intensa sperimentazione, la ricerca di un cinema del futuro che rinnovasse tecniche e generi; dall’altro l’amore per i classici, reinterpretati e presenti nel suo cinema come archetipi ormai sedimentati nell’inconscio.
IL GGG contiene in forme chiare la duplice inclinazione del regista: è un’opera complessa tanto per le ascendenze filologiche quanto per l’ambizione tecnica che lo sorregge, ma tutto viene piegato al piacere della favola.
Con IL GGG,  Spielberg rende omaggio al cinema del “meraviglioso” (come già fece Scorsese, in modi diversi, con Hugo Cabret); la sofisticata tecnica della motion capture, trionfo del contemporaneo, viene messa al servizio della nostalgia e della memoria,  in un sogno attraverso il sogno – un viaggio nel cinema fantastico degli inventori e dei pionieri.

Spielberg ci porta a “guardare dietro la tenda”, esattamente come fa la protagonista contravvenendo alle rigide regole dell’orfanotrofio: e subito il suo mondo, fatto di osservazione “frontale” e privazioni, si slarga attraverso dimensioni impreviste.
Sophie viene catturata dalla mano del GGG come lo spettatore si lascia rapire dallo schermo: nuove possibilità vengono offerte alle sue (e nostre) percezioni.
Il primo viaggio di Sophie attraverso il “corpo” del Gigante ci viene mostrato in soggettiva: la città improvvisamente trema e sobbalza dal nuovo punto di osservazione, lo sguardo della bambina reinventa il reale da nuove vertiginose altezze. Ma anche la casa del Gigante viene esplorata da prospettive insolite: lo spazio, gli oggetti, i mobili, perdono qualsiasi connotazione familiare per diventare strumenti di quel cinema dell’illusione inventato da Georges Méliès, che Spielberg evoca sottilmente, come un incantesimo che avvolge l’inquadratura.
Questa dichiarazione d’amore al cinema muto si esplica anche attraverso il colore: non di rado le esplosioni luministiche, i rosa, i verdi innaturali sembrano inseguire il processo di colorazione manuale delle pellicole dei primi del ‘900. Spielberg inoltre mette in rilievo il mondo delle ombre (quasi una sorta di “caverna platonica”) alludendo all’immaginario “in cerca di proiezione” che da sempre accompagna l’animo umano.

Ma non solo: quando Sophie è adagiata sulla mano del GGG, si pensa al King Kong (1933) di Cooper e Schoedsack; così come la presenza minacciosa dei giganti ricorda il genio de Il Ladro di Bagdad  (1940) interpretato da Rex Ingram. Bellissima anche la scena nel Paese dei sogni, con un’animazione astratta che richiama gli sperimentalismi di alcune sequenze di Fantasia (1940) di Walt Disney: lì Sophie e il Gigante catturano bagliori che si agitano nel paesaggio come fate, “luce in movimento” in cui è racchiuso il desiderio umano di sognare.
Certo, non sempre gli effetti digitali de IL GGG sono all’altezza dell’ambizione fantastica del regista: ma il film resta una lanterna magica che commuove e incanta, un viaggio meraviglioso che Spielberg ha cercato, correndo non pochi rischi, di offrirci.

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