SILENCE di Martin Scorsese

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Scorsese legge Silence, di Shūsaku Endō, nel 1988. E’ un romanzo che lo turba profondamente e decide, dopo due anni, di acquistarne i diritti per una trasposizione cinematografica, ma non si sente pronto: la gestazione di questo progetto finirà con l’attraversare più di due decenni, nel corso dei quali il regista si sentirà costantemente inadeguato di fronte alla potenza del libro. Allo stesso tempo però il romanzo si sedimenta nell’animo del regista, lo accompagna, diviene la luce attraverso la quale egli realizza altri progetti; come afferma nell’intervista a Antonio Spadaro, “ho vissuto la mia vita attorno ad esso”.
Proprio con la stessa sensazione di inadeguatezza ci si deve accostare, oggi, al film: e non per mera, ipocrita reverenza, ma consapevoli della sua inafferrabilità, della sua complessità estetica quanto della riflessione profonda che è in grado di indurre nello spettatore “devoto”: e per devozione si intende una devozione al cinema, ma anche allo spirito dell’uomo. Perchè la grandezza di Silence risiede nel suo coraggio di mostrare, nella povertà spirituale del contemporaneo, il rapporto tra l’uomo e la fede: una fede che è sguardo sulle cose, forza al contempo rivelatoria e distruttrice.

Silence affronta le complesse problematiche che ruotano attorno alla fede non solo in prospettiva storica, calandosi nel Giappone del Seicento; ma lo fa in modo essenzialmente soggettivo, riportando, attraverso la figura di Padre Rodrigues, i tormenti, i dubbi, le elevazioni e le cadute che sono state del regista stesso. Scorsese, chierichetto da bambino e seminarista da ragazzo, abbandona l’idea di farsi prete e sceglie il cinema: ma, come racconta nel documentario A Personal Journey Through American Movies, non vede poi molta differenza tra la chiesa e la sala cinematografica: due luoghi in cui vi è sempre, anche quando non è esplicita, una ricerca di spiritualità.

Silence è un film sulla Grazia, sulla capacità di vedere e riconoscere la Grazia come velo che avvolge le cose anche in quello che è un apparente “silenzio” divino: il viaggio attraverso l’esistenza è sempre un viaggio spirituale, cosa che l’epoca contemporanea sembra aver dimenticato.
Scorsese ce lo ricorda, ci racconta di creature umili disposte ad abbandonarsi alla sofferenza e alla morte pur di non perdere il loro credo spirituale, la fede che si concentra, nella disperazione di un’esistenza di stenti, in un oggetto-feticcio, un grano di rosario, una croce, una promessa di Paradiso. Illusione o forza liberatoria? E’ una domanda che ci si pone continuamente di fronte a queste anime che ci appaiono bellissime nel loro martirio.
Scorsese, da sempre affascinato dalle vite dei santi e dalle loro rappresentazioni, ripercorre iconograficamente Dreyer, Rossellini, Pasolini, Cavalier. Concentra, in una sequenza di inquadrature che si imprimono nella mente, tutta la sua suggestione, l’amore e la devozione di ragazzo per il volto di Cristo: un volto che oggi, con lo sguardo esperto dell’adulto, si sovraimprime di significati ma non perde la sua capacità di smarrire e far vacillare l’anima umana.

Silence mette alla prova il credente quanto l’ateo: è un film che scuote l’essere e rimette in discussione i pilastri spirituali, di qualunque tipo essi siano, scelti per erigervi l’esistenza. Scorsese non offre risposte ma racconta un’esperienza, espone dubbi, racconta l’incertezza, il mistero, allo stesso tempo come tenebra e come luce. Lo fa con i mezzi del cinema, quei mezzi che hanno fatto di lui il più grande regista americano vivente e il più grande storico del cinema: in Silence squarciano lo schermo visioni di Ozu, John Ford, Sam Peckinpah, Ingmar Bergman.
Tra i più umili registi del mondo, Scorsese ha sempre dichiarato di nutrirsi di ogni tipo di cinematografia per “arricchire la sua tavolozza” e perché “c’è così tanto da imparare”: in Silence è come se ogni film visto riemergesse per comporre un nuovo, straordinario affresco che mescola generi, stili ed epoche; e che ci illumina con composizioni dell’inquadratura classiche e moderne, fotografia di ascendenza pittorica, immagini ancestrali rubate all’inconscio e al sogno, cariche di inesprimibile potenza figurativa.

Scorsese parla della fede attraverso il cinema, perchè ci sono cose che la parola non può dire, ma l’editing delle immagini, la loro sequenza, può far scaturire nel pensiero di chi guarda. Padre Rodrigues, un meraviglioso Andrew Garfield, contiene in sé purezza e orgoglio, innocenza e colpevolezza. Il suo percorso magnifica le contraddizioni, il buio dell’esperienza umana. Mentre Kichijiro, come afferma Scorsese stesso, è la sua guida: lo conduce attraverso l’errore, innesca un duro processo verso la salvezza.
Silence è, per il pubblico contemporaneo, ciò che i romanzi di Proust e Joyce furono in letteratura per i lettori del primo ‘900: un’opera che non vuole un pubblico passivo, ma chiede attenzione, riflessione, in un viaggio magmatico attraverso il dolore, la bellezza e la grazia dell’esperienza umana.

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