SPLIT di M. Night Shyamalan

split
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Split
conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto Hitchcock sia il regista più amato, saccheggiato, imitato; un autore con cui il cinema di genere e quello d’autore (se hanno senso queste distinzioni) sentono il bisogno di confrontarsi, l’origine di un modo di vedere e sentire il cinema (in forme ossessive, schizofreniche, psicanalitiche e voyeuristiche). Hitchcock è l’inconscio stesso del cinema, e Shyamalan è tra i registi più compulsivamente legati a lui; guardando Split ci si chiede se abbia ancora senso parlare di personalità multipla e dissociata, dopo Psycho, ma anche dopo Marnie.

C’è da dire che Shyamalan resta, tra altezze e cadute vertiginose della sua discontinua carriera, un autore ambizioso in modo ammirevole. Non ha avuto paura di sporcarsi e sbagliare pur di introdurre un rinnovamento: non solo tematico, ma strutturale e dell’immaginario. Nutrendosi dei fantasmi del passato – Hitchcock, ma anche B-movies di Tourneur, la fantascienza anni ’50 e lo psicologismo del cinema d’autore europeo – Shyamalan ha sempre puntato a contaminare e rinnovare l’horror e il thriller, partendo dalle loro convenzioni per terremotarle.
Uno degli esempi più felici di questo modo di operare è l’incompreso The Visit, film dello scorso anno: un’opera che, muovendo da un espediente pigro e anticinematografico come il found footage, rifletteva sul linguaggio, la natura e l’evoluzione della finzione cinematografica.

Split nasce dallo stesso bisogno di introdursi, come un germe, in uno schema consueto per ribaltarne la prevedibilità industriale. Shyamalan si appropria infatti dei canoni del contemporaneo: le protagoniste adolescenti; la scelta di girare in interni squallidi e soffocanti; il costo basso o contenuto della produzione; l’intervento di un male estraneo, diverso. Ma irride le aspettative approdando ad un cupo dramma psicanalitico, virato verso un filosofico delirio di onnipotenza.
Split somiglia terribilmente al suo protagonista (James McAvoy) impregnato del proprio ego, in cui però riconosciamo il barlume del genio. E’ un film che ha delle debolezze (in particolare i lunghi, prolissi dialoghi con la dottoressa) ma anche cinema geniale, straniante, coraggioso fino all’incoscienza. L’opposto di tanto horror che rende passivo lo spettatore: qui siamo coinvolti nel gioco, e Shyamalan non esita a farsi beffe del nostro senso comune. 

Shyamalan gira in spazi ristretti limitandosi ad esercitare tutta la propria passione voyeuristica: la sua mdp spia, si insinua in buchi, crepe, aperture da cui spiare i propri personaggi, sempre inquadrati in modo parziale – corpi senza testa, oppure primi piani su volti, sguardi, mani. Altre volte ci dà prova di tutta la sua raffinatezza tecnica con immagini-vertigo di scale in riprese verticali, o con piani sequenza di fughe attraverso corridoi labirintici di un sotterraneo. Anya Taylor-Joy, prigioniera di una tipizzazione, viene ancora una volta utilizzata come in The Witch per l’impressione di martirio veicolata dal suo volto attonito. James McAvoy è una vera stella da palcoscenico nel susseguirsi spettacolare di caratteri che ci offre, con uno smagliante senso dello spettacolo. La sua performance è l’esplosione barocca di Norman Bates: teatrale e immaginifica, tra il dramma shakespeariano e lo scintillio di Las Vegas.

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