LA LA LAND di Damien Chazelle

lalaland***1/2 
Guardando La La Land viene voglia, spesso, di prendere la mdp di Chazelle e immobilizzarla. Come nel tanto decantato piano sequenza iniziale, che subito introduce un’atmosfera di gioia vorticosa e frizzante, inseguita da un volto all’altro, da una voce a quella successiva, mentre si scatena un tripudio di voli, danze scattanti, braccia che si aprono nella fratellanza della musica. E’ una coreografia tanto tecnicamente elaborata quanto posticcia: e mette in evidenza il maggiore difetto del regista, ovvero la messa in scena del proprio talento a scapito della storia e dei personaggi.

In troppi momenti di La La Land si ha l’impressione che a Chazelle interessi più la danza della mdp di quella dei protagonisti: la regia, in questi momenti di esaltazione narcisistica, riprende se stessa, il suo guizzo innaturale tra le strade ed i cieli; è una regia jazzistica, esattamente come in Whiplash ma in forme ancor più parossistiche, che si concede degli assoli del tutto liberi e improvvisati, diventando anch’essa personaggio. Chazelle si crede un autore ma è “solo” un regista di grande talento che deve imparare a dominare l’impeto creativo, mettendolo a servizio della storia, e forgiare uno stile, rinunciando ai grandi virtuosismi che turbano la luminosità della forma. (Persino il musical di Busby Berkeley, con la sua complessità ingegneristica, nasce da una regia di calibratissima raffinatezza)

Lo schermo si allarga nella vastità del Cinemascope: ho pensato a Joshua Logan, che a proposito del Cinemascope invitava a “sparire” registicamente, a lasciare che la storia emergesse tra le pieghe della composizione dell’inquadratura, sfruttata in senso orizzontale. Chazelle invece domina lo spazio possedendolo, incapace di placare l’irruenza dei suoi trent’anni.
Eppure, scena dopo scena, La La Land si fa strada tra le nostre resistenze; e comprendiamo che Chazelle, all’interno del suo impeto indisciplinato, cela uno sguardo istintivo capace di fare grande cinema popolare. Quando Chazelle abbandona la teatralità programmatica del suo mestiere, è in grado di guardare con pudore ai suoi protagonisti: si fa da parte, e lascia “liberi” primi piani densi di emozione, sguardi, un innamoramento rivelato nel suo farsi per mezzo di due attori perfetti – Emma Stone e Ryan Gosling, credibili, toccanti, “absolute beginners” di grande magia.

Sono proprio queste sequenze, e non l’enumerazione citazionista di coreografie imitate dai classici, a dimostrare che il regista ha compreso l’essenza del musical. Nel momento in cui i protagonisti lasciano affiorare la propria vita interiore e si lasciano trasportare da ciò che provano, lo spettatore sospende l’incredulità con naturalezza, e riesce ad aver fede nel tip tap al tramonto o nel volo tra le stelle del planetario. Chazelle ha perfettamente compreso che il musical è espressione di un sentimento, è la trasformazione in musica e danza di ciò che è inesprimibile. Prima di lui, anche il Lars Von Trier di Dancer in the dark e il Woody Allen di Tutti dicono I Love you avevano afferrato il “cuore” del genere.

La La Land, per la sua presa diretta sui sentimenti, conserva una profonda attualità; durante la proiezione ho avuto accanto giovani completamente rapiti da ciò che vedevano sullo schermo: la danza, il canto come forma d’amore e di vita, traduzione degli slanci del cuore e della malinconia del reale. Pur nella sua approssimazione filologica e confusione formale, il musical di Chazelle è vivo, giovane, contemporaneo; lontanissimo dalle riesumazioni tetre e funebri, ad esempio, di Rob Marshall (Chicago, Nine), il cui cinema cupo e restauratore non è stato attaccato con altrettanta veemenza. Chazelle in fondo crede, come il personaggio interpretato da John Legend, che per essere rivoluzionari si debba essere meno tradizionalisti; quindi contamina, mescola, e cerca con ogni mezzo di suscitare un’emozione. Eppure il suo cinema conserva una grazia, un incanto sincero: nelle sue manipolazioni temporali, nei montaggi serrati, Chazelle celebra la vita e la sua illusione. Il suo è cinema per il pubblico, e non per l’analisi critica. La ragione si oppone a La La Land, ma il cuore cede.

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13 thoughts on “LA LA LAND di Damien Chazelle

  1. Intorno a questo film è stata montata una campagna di marketing che va ben oltre i limiti della pubblicità ingannevole: dovrebbe essere un musical, e invece le parti cantate scompaiono quasi totalmente dopo la prima mezz’ora; dovrebbe essere una commedia romantica, e invece parla di una coppia in crisi; dovrebbe essere un feel good movie, e invece è di una tristezza infinita.
    Tutto questo l’avrei potuto accettare se almeno ci fosse della qualità, e invece dal punto di vista artistico le uniche cose che si salvano sono l’interpretazione della Stone e parte della colonna sonora: tutto il resto va a comporre una delle storie d’amore peggio raccontate che abbia mai visto.
    Raccontata male in che senso, mi dirai? Beh, nel senso che La La Land è il trionfo del vorrei ma non posso. Ci sono tante scene che avrebbero potuto diventare bellissime, e invece il regista (probabilmente a causa della sua inesperienza) le ha mandate totalmente in vacca. Penso ad esempio alla scena in cui Emma Stone torna a casa, e trova Ryan Gosling che le prepara la cena romantica a sorpresa: sembra il preludio ad una scena deliziosa, invece i due cominciano a litigare e rovinano tutto.
    Oppure la scena al planetario: era già romantica così, non c’era bisogno di aggiungervi la nota surreale dei due protagonisti che cominciano a volteggiare nell’aria.
    L’unica scena della quale Chazelle è riuscito a sfruttare tutto il potenziale è la prima: la canzone è splendida, e il contesto in cui gli attori la cantano la rende ancora più piacevole.
    Anche se la tua recensione si discosta parzialmente dalla mia (parzialmente nel senso che anche tu ci hai trovato dei difetti, ma a differenza mia l’hai salvato), la trovo veramente ottima. Soprattutto il punto in cui dici che John Legend è l’alter ego del regista: è davvero un’intuizione geniale.

    • Si, in effetti proprio a causa del marketing selvaggio prima, e del profluvio di commenti di critici e spettatori, stavo per per lasciar perdere del tutto. Invece alla fine mi sono commossa, ho persino pianto. Credo, alla fine, che sia impossibile per chiunque ami il cinema non notare i grandi difetti del film; eppure, nel mio caso, la sua sensibilità popolare e istintiva mi ha conquistata. Chazelle ha ancora molta strada da fare, ma sa come emozionare. Grazie del tuo commento come sempre intelligente, argomentato, e della tua fiducia. Leggerò la tua recensione.

  2. Secondo me La La Land è un film importante principalmente perché esalta l’arte, cioè che solo la musica (il personaggio di Gosling) e anche il cinema (il personaggio della Stone) possono servire a portare l’uomo alla serenità. Quindi è l’arte in sé che permette di vivere una vita migliore e appagante. Chazelle l’aveva fatto uguale con Whiplash mostrando quanto la musica, e quindi di nuovo l’arte, possa essere motivo di riscatto, di benessere, di totale realizzazione di sé stessi. La storia romantica tra i due è solo un mezzo come un altro per poter raccontare una storia ed inserirci questo tema. Chazelle per me è un regista che ama quello che fa e se utilizza troppi virtuosismi di macchina sicuramente non lo fa per puro ego personale ma per trasmettere in modo più incisivo questo messaggio, che potrebbe passare inosservato tramite una regia più frenata. Comunque non sono un amante dei musical perché non riesco ad accettare il fatto surreale del canto e del ballo in contesti in cui non c’entrano nulla ed il fatto che in questo film siano presenti poche scene di canto mi ha permesso di apprezzarlo di più. Non è un capolavoro come viene spesso descritto ma se non se ne fosse parlato così tanto probabilmente non sarei nemmeno andato a vederlo.

    • L’arte è sicuramente, come diceva anche Woody Allen, una delle cose per cui vale la pena di vivere. E ci permette di rendere sopportabili la sofferenza e le delusioni. E’ senz’altro uno dei temi del film, assieme alla sublimazione del sentimento nella musica e nel ballo. Resto però del parere che Chazelle debba imparare a domare la sua irruenza quando filma. Da amante del musical classico, posso dire con certezza che una mdp disciplinata vuol dire maggior resa formale. Non si tratta di “frenarla” quanto di metterla a servizio del film, senza soffocarlo. Le scene migliori sono quelle in cui la mdp di Chazelle non balla impazzita.

      • Io di musical ne ho visti pochissimi quindi effettivamente da un punto di vista registico non saprei bene come bisognerebbe rendere il film al meglio, quindi mi fido di quello che dici, però ti parlo da ignorante in materia di musical e ti dico che se Chazelle non si fosse approcciato registicamente in quel modo forse mi sarebbe arrivato di meno il film. Per un appassionato invece penso sia l’opposto a questo punto.

  3. due considerazioni: non mi e’ sembrata indispensabile la citazione di “sliding doors”, e adesso scommetto che e’ gia’ nel cassetto la seconda parte con il racconto di cosa e’ successo in quei 5 anni

  4. Io ho adorato questo film. Il punto è che sezioniamo ogni cosa il gusto personale influisce su tutto. Però non si può negare il tocco di realtà sul finale. Come viene proposta la loro storia, certamente non in maniera convenzionale. La parte del: come sarebbe stata la loro vita con una scelta diversa. Ecco diciamo che sicuramente non è uno svolgimento e un finale scontato. Considerando il cinema degli ultimi anni questo film spicca di certo. Il tuo articolo mi è piaciuto molto!

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