JACKIE di Pablo Larrain

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Se pensiamo a come è cambiato il pubblico del cinema attraverso i decenni, non si può non constatare come vi sia stata, gradualmente, una passivizzazione ed un progressivo impoverimento dell’esperienza percettiva. Guidato, protetto, rassicurato da un cinema prevalentemente narrativo in senso lineare e cronologico, il pubblico contemporaneo prova disagio ed irrequietezza di fronte opere non-narrative che chiedono un tipo di fruizione differente: complessa, attiva, attraverso un percorso più spaziale che temporale. Mi domando, talvolta, quale fortuna avrebbero potuto avere oggi artisti e sperimentatori quali Alain Robbe-Grillet e Jean Luc Godard, in una contemporaneità che sembra escludere sempre di più il cinema dall’ambito della ricerca artistica.

Quindi non sorprende la risposta affaticata, annoiata del pubblico (ma anche di tanta critica) di fronte a Jackie. Il film di Larrain abbandona quasi del tutto il movimento temporale per studiare la sua protagonista attraverso un’osservazione “spaziale” che la colloca in una Storia percepita come un metaforico interno. Il movimento del tempo è ridotto al minimo, e Larrain si concentra su Jackie in quanto volto e frammento di una Forma attraverso cui il paese ha definito se stesso. E’ un compito enorme, quello assunto da Larrain: e lo affronta attraverso scelte stilistiche e strutturali ben precise. Rifiutando di piegarsi ad un racconto, Larrain lacera il tempo e ci isola brani dolorosi, in cui il viso sofferente di Jackie è inserito in un impeccabile contesto formale.

Larrain predilige inquadrature frontali, col volto di Jackie in primissimo piano al centro di composizioni profonde e simmetriche. Ed è l’espressione piegata dal dolore, contorta della Portman a macchiare, come una ferita, la perfezione degli ambienti. Il sangue dell’abito la rende immediatamente fuori posto: eppure Jackie non si cambia, indossa quel sangue e ne fa parte dell’ “abito” istituzionale. Con la sua mdp attenta e ravvicinata, il regista ci fa percepire il suono dei pensieri di Jackie: pensieri cui però non abbiamo mai accesso. A Larrain non interessa fornire risposte (“Arriva un momento, nella ricerca dell’uomo per la verità, in cui egli scopre che le risposte non ci sono”, dice il compianto John Hurt nei panni di padre McSorley); ma ci mostra Jackie nel suo completo Chanel, il sangue, la macchia: l’icona è sfregiata, Jackie è allo stesso tempo vulnerabile e impenetrabile, straziata ma sorretta da una volontà incrollabile.

Con questa immagine-Jackie, Larrain si confronta da differenti prospettive spaziali e brevi, nervosi scarti temporali. Ella è di rado sola: ma lo schermo si riempie del suo viso enfatizzandone lo stato di abissale solitudine interiore.
Parlando di Douglas Sirk, Fassbinder notava come le protagoniste del suo cinema fossero in grado di “pensare”: nei suoi melodrammi, Sirk ci mostrava visi di donna assorti o turbati dal pensiero, con un’attenzione ed una sensibilità rare per l’epoca. Analogamente, Larrain si concentra su una Jackie che “pensa”: un pensiero che affiora nei gesti, nel volto e negli occhi colmi di inquietudine, che Larrain sa isolare così bene.
Ci troviamo di fronte ad un melodramma scardinato da una sensibilità moderna, che lo colloca in un percorso di ricerca e frantumazione: uno scavo libero e inquieto del personaggio, uno studio della sua tensione all’ordine, nonostante il dolore e la follia degli eventi. Jackie è corpo, terreno calpestato, la cui forza e devozione all’“immagine” conducono ad una sofferta ricostruzione del mito.

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6 thoughts on “JACKIE di Pablo Larrain

  1. In realtà io di trame che procedono in modo lineare e cronologico ne trovo sempre meno. Da Pulp Fiction in poi Tarantino ha imposto la moda di andare avanti e indietro nel tempo, un’abitudine che ho sempre trovato molto fastidiosa: non soltanto perché rende la storia molto più difficile da seguire, ma anche perché spesso gli sceneggiatori lo fanno (appunto) per moda, senza che ci sia una reale necessità di raccontare la storia in quel modo anziché in modo lineare. Insomma, una complicazione inutile, alla quale molti sceneggiatori fanno ricorso per “darsi un tono” e far vedere quanto sono bravi a giocare con la linea temporale senza perdere il filo del discorso. Ignorando il fatto che non deve perderlo neanche lo spettatore.
    Detto questo, ti confesso che con ogni probabilità non andrò a vedere Jackie. Il motivo è molto semplice: i film che “rifiutano di piegarsi ad un racconto”, ovvero i film dove la trama è scarna o assente, non li posso proprio soffrire. Ma non mi dispiacerebbe se Jackie vincesse l’Oscar per la migliore attrice: di norma non mi piace che diano la statuetta a chi l’ha già vinta, ma quest’attrice ha recitato divinamente in Jane got a gun, uno dei film più belli che abbia visto l’anno scorso.

    • Il fenomeno del pubblico “impigrito”, superficiale, modellato sulle serie, per me invece è serio e reale, e mi sta molto a cuore… E parlo di incapacità di impegnarsi, essere spettatori attivi, accettare la ricerca formale degli autori, al di là di facili gimmick comunque narrativi. A parte questo, la Portman è molto brava; magari dovresti vederlo 😉

      • In realtà la sperimentazione degli autori, sia essa formale o contenutistica, è osteggiata non tanto dagli spettatori, quanto dai produttori. Le case cinematografiche non hanno voglia di rischiare dei soldi su una sceneggiatura particolare, o anche solo su una storia inedita: preferiscono investire piuttosto su dei film che si portano dietro un pubblico sicuro, perché sono tratti da un libro o perché riprendono un film di successo. Da lì l’abnorme quantità di adattamenti, sequel, prequel, remake, reboot e rimasticature varie. Puah. Grazie per la risposta! 🙂

      • Eh ma se ci pensi, tu stesso hai appena ammesso di non avere voglia di vedere Jackie; chiaro che i produttori vogliono film vendibili. E il pubblico ha una sua enorme responsabilità.

      • Non ho voglia di vedere Jackie perché la trama è assente, non perché rifiuto a priori i film sperimentali. Riguardo ai produttori, è legittimo che vogliano dei film vendibili, ma può essere vendibile anche una buona sceneggiatura originale, che non scopiazza niente che sia già stato fatto in precedenza. Anzi, sono proprio i remake che cominciano a non essere più vendibili: Point Break, Robocop, Ghostbusters… ormai non si contano più le rimasticature che hanno fatto flop. Per fortuna, dico io: speriamo che i produttori sappiano recepire il messaggio. Buone visioni! 🙂

      • La trama non è assente – il film è un frammento di Storia – ma di certo molto circoscritto temporalmente. Magari ci ripenserai e lo vedrai, in tal caso fammi sapere. Buone visioni a te!

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