AUTOPSY di André Øvredal

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Da anni non si vedeva al cinema un soggetto così “fulciano”: e forse proprio per questo motivo la delusione nei confronti di Autopsy è amara. Il film di André Øvredal possiede la capacità (non sappiamo se intenzionale) di evocare memorie, immagini, e in generale l’aura di un’epoca in cui l’horror era un terreno di sperimentazione, contaminazione dei generi e sfida ai canoni del buon gusto; un momento storico – quello dei grandi “Kings of B’s”, che la critica non rivaluterà mai abbastanza – in cui il nostro cinema mescolava sangue, letteratura, visioni ultraterrene, il gore più estremo con un’estenuazione esistenzialista da poesia maledetta. Un cinema che vedeva in Lucio Fulci il suo rappresentante più sregolato, colmo di amore e rabbia, autore di film incontenibili in una definizione di “genere”; capace di immense cadute quanto di elevazioni (come la visione dantesca ne “L’Aldilà”, o il gotico alla Henry James di Quella villa accanto al cimitero).

Autopsy (ma è più bello il titolo originale, con quel “Jane Doe” che simboleggia quella “medietà” da cui esplode il male) è carico di tematiche capaci di terremotare i generi; ed è triste vedere come un tale potenziale sia stato appiattito in una regia anonima e conformista. Dalla profanazione del corpo femminile su un tavolo operatorio (come ne Lo squartatore di New York), dalle orge anatomiche date in pasto allo spettatore (ventri aperti, organi interni pulsanti e sanguinanti che ci infettano lo sguardo, come in Paura nella città dei morti viventi), ai morti che risorgono per vendicarsi dei vivi (come ne L’Aldilà), fino ad una velata misoginia, Autopsy reca la traccia genetica di un’era in cui il cinema si configurava come shock artistico, brutale, talora fallimentare, ma incredibilmente vivo e per questo politico.
La sceneggiatura di Autopsy, nelle mani di registi come Fulci, ma anche Margheriti, Damiani, Ferroni – avrebbe potuto trasformarsi in visionarietà sensuale e spirituale, azzardata, poetica; la scena in cui Jane Doe prende fuoco, ad esempio, ricorda una sequenza de Il Mulino delle donne di pietra; ma Øvredal non riesce a suscitare il brivido d’orrore di Ferroni, le sue suggestive visioni di morte della bellezza.

Autopsy svolge il suo compito in modo diligente: si chiude tra le mura del laboratorio, sfrutta poche, convenzionali inquadrature (funzionali sul piano narrativo), non osa disgregare la struttura conservatrice dell’horror commerciale, procedendo narrativamente attraverso tecniche elementari per spaventare lo spettatore (apparizioni improvvise, uso della colonna sonora). Talvolta i primissimi piani sugli occhi bianchi di Jane ci fanno sussultare, ma sono brevi intermittenze. Se il soggetto aveva offerto a Øvredal la possibilità di squarciare il ripetitivo teatro di posa in cui versa l’horror contemporaneo, il regista non si dimostra in grado di afferrarla.

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