I AM NOT YOUR NEGRO di Raoul Peck

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I am not your negro
è tra i film americani più importanti e strutturalmente complessi degli ultimi anni. Una vera sfida fruitiva per lo spettatore, tanto il film si articola su più livelli interpretativi. Il film infatti muove da un testo incompiuto dello scrittore James Baldwin, “Remember this house”, trenta pagine di radicale racconto/riflessione sulla propria vita e sulla morte dei suoi amici e maggiori esponenti dei diritti civili: Malcom X, Martin Luther King Jr. e Medgard Evers. Baldwin è uno scrittore immenso, combattivo, nel cui testo che fluisce con amore e rabbia scorgiamo il talento vero del poeta, capace di sovvertire la percezione comune del reale; meraviglioso nell’impegno quanto nelle semplici notazioni di vita quotidiana.

James Baldwin possiede una scrittura densa e contraddittoria: è capace di mutare toni e armonia, diventare cruda e cinica, per poi aprirsi in squarci di straordinaria dolcezza nel raccontare le persone che ha amato. Guardare I am not your negro significa confrontarsi con un testo che non smette mai di appassionare, un flusso in continua trasformazione, e cristallino nell’identificare i caratteri di irrazionalità e disumanità del razzismo: una paura di origine ancestrale, una creazione di un “altro” oscuro e spogliato di caratteristiche umane.

Il bianco come “mostro morale”: Baldwin identifica il razzismo in un problema di percezione che, successivamente, scivola nella rappresentazione: il cinema di Hollywood, la televisione e la pubblicità. Le parole di Baldwin vengono lette da Samuel L. Jackson, che già offre, con la sua voce, le pause, l’intonazione, una prima forma interpretativa. A questa si sovrappone il lavoro incandescente e brutale del regista Raoul Peck, che fornisce la colonna visiva alla parola di Baldwin: un montaggio di film, materiale di repertorio, immagini storiche e giornalistiche di una crudeltà quasi intollerabile.

Peck fornisce il supporto visivo alla riflessione di Baldwin secondo cui l’America ha vissuto in un autoinganno, una doppia realtà: da un lato la fioritura serena e conformista della famiglia americana, identificabile negli stucchevoli quadretti delle pubblicità, nei film sofisticati (spiace che Peck citi anche Arianna di Billy Wilder), nel perbenismo borghese dei film di Doris Day; dall’altro, la durissima, terribile condizione dei neri, una sorta di dimensione separata fatta di violenza, povertà, umiliazione, linciaggi (gli stessi show televisivi, con i neri “asessuati” e ridotti a espediente comico sono uno specchio di questa realtà).
I white americans, capaci di versare lacrime per un melò hollywoodiano, non riuscivano a riconoscere, nel “negro” un essere umano. “Sono terrorizzato per l’apatia morale – la morte del cuore – che sta accadendo nel mio paese”, scrive Baldwin. “Queste persone si sono illuse per così tanto tempo, da non credere più che io sia umano.”

Dagli sputi alla ragazzina nera quindicenne che per la prima volta fa ingresso a scuola, agli autobus con posti riservati ai “coloured”, ai pestaggi effettuati dalle forze dell’ordine e dai neonazi, il film espone con un montaggio potentissimo e brutale, un vero “rap” in immagini, l’altra faccia dell’America delle opportunità e dei ritratti zuccherosi di Norman Rockwell (anche se fu proprio Rockwell, nel 1964, a realizzare un dipinto iconico del Movimento per i Diritti Civili). Per lo spettatore il compito è impegnativo: testo, voce, immagini vengono assorbiti in una nuova, soggettiva interpretazione; I am not your negro è un vero e proprio ipertesto che moltiplica informazioni e significati.

“Il mondo non è bianco; il bianco è una metafora del potere”. Il film si chiude su un brano esplosivo di Kendrick Lamar, che parla della schizofrenia provata da ogni afroamericano: un sentimento allo stesso tempo di orgoglio e odio per se stessi, una coscienza spezzata: “voglio che tutto sia nero/i nostri occhi non sono neri”

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