THE DEVIL’S CANDY di Sean Byrne

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Dopo una parte introduttiva anonima e riempitiva, The Devil’s Candy si inoltra, inaspettatamente, in un territorio oscuro e poco praticato dal cinema commerciale: un percorso che adombra, metaforicamente, lo spettro della pedofilia, attraverso la figura di un killer obeso e patetico, sporco in tutti i sensi (un bravissimo Pruitt Taylor Vince). La sua attrazione per i bambini “dolci come caramelle” culmina in una scena di grande disagio per lo spettatore: vediamo il carnefice giacere accanto alla sua giovane vittima, corpo immondo contrapposto ad un corpo innocente, in contiguità. Lo schermo è invaso dai due profili ravvicinati, sullo stesso cuscino, le labbra quasi a toccarsi. Un momento destabilizzante, estraneo a gran parte degli horror mainstream.

Nella rappresentazione del suo assassino, il regista e sceneggiatore Sean Byrne è attento ai dettagli, come il sacco dell’immondizia indossato per evitare gli schizzi di sangue. Una precauzione tanto maniacale quanto grottesca: sotto la plastica gli indumenti intimi sono lerci e ingialliti dal troppo uso. The Devil’s Candy non teme di mostrare il marcio, la corruzione: Byrne gioca con il “brutto” e con il cattivo gusto, incurante di trovarsi in una contemporaneità che ha fatto dell’ horror un genere compromissorio e ripulito. Coerentemente a questa prospettiva, la sfrenatezza urlata della musica metal (che ha una precisa funzione narrativa) si rivela non pretestuosa, ma il perfetto corrispettivo sonoro dell’indecenza delle immagini.

E’ palpabile l’entusiasmo di Byrne nella sua riscoperta di un piacere grezzo: i personaggi sono ridotti a mere funzioni, l’azione procede sospinta da eventi prevedibili e dialoghi accessori; ma il poco materiale a disposizione si trasforma in fervore immaginifico. Un vetro smerigliato è sufficiente per trasfigurare l’assassino in una massa informe e minacciosa; il sonoro diviene segno che prelude alla presenza demoniaca; mentre tecnicamente Byrne si affida all’uso reiterato di una tecnica basilare come il montaggio alternato, vivificato da iperboli cromatiche: i colori del quadro, realizzato dal cristologico protagonista, si mescolano al sangue che scorre.

Si ravvisa un’allusione evangelica, con un Gesù terreno messo alla prova dal demonio, e spinto a compiere il “sacrificio” del proprio sangue: ma Byrne sfiora senza impegnarsi, preferendo (per fortuna) la furia visiva all’approfondimento della parabola narrativa. Con la sua passione volgare e istintiva, lontana dagli smussati professionalismi di James Wan, The Devil’s Candy è puro guilty pleasure.

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