UN POSTO TRANQUILLO di John Krasinski

Quietplace

***1/2
A quiet place – Un posto tranquillo fa parte di quel “new horror” dai risvolti sociologici e dalla rinnovata sperimentazione stilistica che comprende, tra gli altri, titoli come It Follows, It Comes at Night o 10 Cloverfield Lane. Si tratta di un movimento che va nella direzione opposta rispetto all’ormai esaurito filone del found footage, la cui estetica dello sfasamento puntava a confondere lo spettatore mediante soggettive formalmente indisciplinate. Il new horror cui fa riferimento A quiet place è estremamente essenziale ed organico: il film di Krasinski cerca ordine e coerenza, comunicando con lo spettatore attraverso un linguaggio di elevata significanza. Ogni singola inquadratura agisce con le altre per offrirci indizi, e i dati sensibili – suono e immagine – concorrono a creare un’unità di senso, ora sovrapponendosi, ora sostituendosi l’uno all’altro. A Quiet Place richiede una partecipazione attiva, ci rende vigili nell’attesa dell’estraneo/nemico, la cui presenza inconoscibile è una minaccia concreta e spirituale, un castigo sovrannaturale che riduce l’umanità ad uno stato di primigenia sopravvivenza.

Nell’immediato futuro descritto in A Quiet Place, un’invasione aliena costringe i sopravvissuti a vivere nel silenzio, rinunciando alla comunicazione mediante la parola. Ciò ha un valore simbolico altissimo: il film mostra come senza la “verbalizzazione” la conoscenza del mondo sia limitata. Il nucleo familiare al centro della vicenda vive in uno stato di costante afasia, dove anche l’espressione dei sentimenti assume connotati di incertezza. Il silenzio ed il pericolo hanno trasformato la famiglia americana in una sorta di cellula arcaica e biblica, in cui i ruoli sono rigidamente assegnati (Padre-eroe, Madre-focolare). La madre, interpretata da Emily Blunt, aspetta un quarto figlio e il film presenta il momento del concepimento come portatore di crisi: la maternità diviene rottura di equilibri, catalizzatore di vita e morte.

Krasinski affronta la sfida di un film “muto” e di grande densità metaforica con risultati diseguali ma lodevoli. Se alcune sequenze appaiono faticosamente orfane dei dialoghi, incapaci di allestire un universo visivo sufficientemente espressivo (il cinema muto delle origini, con la sua perfetta musicalità di immagini e montaggio è ben lontano), altrove Krasinski trova soluzioni semplici quanto efficaci: un campo, un silos, un fruscìo, pochissimi elementi sono sufficienti per affinare le nostre percezioni e coinvolgerci in un “discorso” di pura suggestione. A Quiet Place è una sorta di esercizio zen, un piccolo film ribelle (prodotto da Michael Bay) alla ricerca di una nuova purezza cinematografica, lontano dagli inquinamenti acustici, dalla velocità che lobotomizza.

 

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