LAZZARO FELICE di Alice Rohrwacher

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Alice Rohrwacher crea qualcosa di prodigioso con Lazzaro Felice: una parabola mitica e universale, ma allo stesso tempo una fiaba profondamente radicata nella nostra cultura.
Storia bizzarra e dalle mille pieghe impreviste, realizzata con un estro fantastico che racchiude tanto il registro ironico quanto il tragico, Lazzaro Felice nasce innanzitutto dalla nostra letteratura: reca con sè evidenti echi collodiani – i personaggi che si agitano intorno a Lazzaro rimandano a Lucignolo (un eccezionale Luca Chikovani, che interpreta il suo giovane nobile con una sensibilità estenuata, da autentico dandy), il Gatto e la Volpe, e tutta un’umanità volta a sopravvivere tra “grandi inganni”, miserie umane, pulsioni ferine. Ma è facile, nella varietà degli episodi messi in scena dalla Rohrwacher, cogliere anche l’irrazionalità dell’esperienza umana narrata da Pirandello – più volte, infatti, Lazzaro si ritrova ad osservare la meraviglia della luna, che illumina la sua inconsapevole vita di reietto, esattamente come avviene nella novella Ciaula scopre la luna. E si individua anche un forte senso di pessimismo leopardiano, colto con grande sensibilità compositiva e quasi pittorica nel rapporto con gli elementi naturali: i campi, i cieli azzurri, le montagne, la terra che si insinua tra le dita. I personaggi, sfruttati e vinti dalla vita, dipendono dai mutamenti della natura; e la Rohrwacher sa creare momenti di grande poesia, come la sequenza che vede i lavoratori in un incanto di paglia che scende come pioggia dal cielo.

Ci vuole tutto il coraggio di una regista fuori dagli schemi per incentrare l’opera non solo sulla raffigurazione storico/mitica di un atemporale mondo contadino in cui i valori tornano ad un grado di pura elementarietà, tra animismo, superstizione e passività nei confronti del destino; ma soprattutto per la dedizione ad un personaggio (incarnato dallo straodinario Adriano Tardiolo) il cui tratto dominante, unico e immutabile lungo tutto il film, è una bontà pura, assoluta, incapace di malizia e persino di sussulti razionali. Lazzaro è la fede, raffigurata in tutta la sua accezione sacrale; una fede infantile, come cantava la poetessa Elizabeth Barrett Browning.

Alice Rohwacher si appella a Olmi nella creazione di questi quadri popolari tra magia e arretratezza; ma sembra anche di trovarsi in un quadro di Bruegel il Vecchio, con i suoi contadini in un tripudio di vita e colori, espressi con grande forza descrittiva e psicologica. Lazzaro, con la sua anomalia, il suo candore, è la costante che attraversa il Tempo: innocente come la Masina in Cabiria o La strada, vittima della sua enorme dolcezza, porta con sé, inconsapevole, il potere della natura (raffigurato attraverso la presenza del lupo, l’animale che ne avalla la santità) e della bellezza (bellissima la sequenza che vede la musica abbandonare le canne dell’organo per “seguire” Lazzaro e la sua famiglia di sbandati, avvolgendo di consolazione artistica le loro vite ai margini della vita stessa.

La Rohrwacher, stilisticamente e per forza narrativa, dimostra una nuova maturità artistica che la distingue dall’incanto acerbo delle opere precedenti. Lazzaro Felice è un’opera potente, di grande complessità estetica e capace di una fioritura poetica inedita nel nostro cinema. In Alice Rohrwacher c’è l’abbandono, il rischio, il desiderio di offrire al pubblico una vicenda ed uno sguardo nuovi; cinema di grande coraggio, meravigliosamente anacronistico e per questo rivoluzionario: capace di offrire una scintilla, di accendere una nuova consapevolezza nell’animo commosso di chi guarda.

(Correlato: Intervista a Mara Cerri, l’artista autrice del manifesto di Lazzaro Felice)

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